L’India, il mio primo grande shock culturale

L’India, il mio primo grande shock culturale

Quando scrivo, mi diverto sempre a sottolineare le differenze culturali tra vari popoli. Solitamente, mi focalizzo su Italia e Olanda, visto che sono le uniche due culture che avuto davvero modo di conoscere fino in fondo. Scherzo sempre sul fatto che gli olandesi mangino schifezze, sui loro dubbi gusti musicali e sul fatto che chiamino estate i 25 gradi al sole.

Poi è arrivato il giorno nel quale sono andata in India. La mia prima volta fuori dai confini europei. Non smetterò comunque di ironizzare sulla mia vita olandese ma, allo stesso tempo, terrò sempre ben presente che cosa significhi venire travolti dallo shock culturale. Cosa significhi trovarsi in un luogo dove, dopo pochi giorni, ti senti talmente a disagio da stare male. Credo proprio bisognerebbe iniziare a dividere lo shock culturale in diverse categorie. Perché no, non tutti gli shock culturali sono uguali.

 

Si alzano quando entriamo in ufficio

Potrei soffermarmi sul fatto che ci sono metal detector ovunque, all’entrata di ogni ufficio e di ogni supermercato. Oppure che ti controllano la macchina prima di superare un qualsiasi cancello. O anche che c’è gente che dorme per strada e che quasi tutte le persone che ho incontrato hanno i denti neri perché – sicuramente – non hanno i soldi per andare dal dentista.

Ma queste sono cose che mi aspettavo. La vita non è la stessa alla quale siamo abituati noi. Non è di certo semplice vedere tali cose in prima persona, non è come vederle in una foto. Però ero psicologicamente pronta.

Non ero pronta come credevo, invece, al fatto di essere considerata come chissà quale persona importante.

Il tutto – per renderla breve – si può riassumere con una sola frase: non appena entriamo in ufficio, la mattina, tutti si alzano di scatto in piedi e ci accolgono con grandi sorrisi.

È bello da dire ma credetemi, non ti puoi sentire più a disagio di così. Specialmente quando tutti quelli che si alzano in piedi hanno più o meno la tua stessa età e fanno esattamente il tuo stesso lavoro. Anzi, qualcuno di loro anche un lavoro migliore del tuo.

 

Litigare per lavorare invece che mangiare

A me piace tanto mangiare. Mi piace quasi tutto. Adoro anche la cucina asiatica e sono davvero estasiata dal cibo indiano. Non mi tiro mai indietro ad una buona mangiata in compagnia.

Una cosa però non mi era mai successa in vita mia. So che il fatto di essere trentina non aiuta, ma è grave giungere quasi a litigare per poter lavorare e smettere di mangiare.

Infatti, in India l’ospite è Dio. Di conseguenza, la sola preoccupazione principale è quella di non trattarlo sufficientemente bene. Fino ad arrivare a livelli che anche l’essere trattati bene diventa troppo pesante ed impegnativo. E – semplicemente – hai la nausea dovuta alle quantità di cibo ingerito e vuoi solamente smetterla. E smettere di passare le tue intere giornate attorno ad un tavolo.

 

Per concludere, ho una voglia matta di abbracciare il cuoco

E l’autista, e il cameriere, e gli agenti al servizio clienti. Ovvero, i miei colleghi. Perché, mentre io vengo servita e riverita ogni minuto della mia giornata per il solo fatto di essere straniera, loro vengono trattati come zerbini per il solo fatto di essere nati nel posto sbagliato.

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