Uno shock culturale continuo, in Italia e in Olanda

Uno shock culturale continuo, in Italia e in Olanda

Durante il periodo natalizio, sono stata due settimane in Italia. L’ultima volta che ero tornata, era per la mia laurea. Tra feste e cene fuori, era stata una vera e propria vacanza. E avevo quasi pianto al rientro, dopo essermi ricordata il meteo che mi aspettava ad Amsterdam.

Il decollo da Verona e l’atterraggio ad Amsterdam

Dopodiché, ho avuto la mia bella “crisi post-laurea” e non ho avuto tempo di pensare a queste cose. Stavolta, invece, le cose sono andate diversamente.

Non è la prima volta, ho avuto uno shock culturale rientrando in Italia

Succede spesso. Sono abituata alla vita di Amsterdam, piena di olandesi e di expat. Ritorno in Italia e – puntualmente – ecco arrivare i sintomi da shock culturale.

  • Mi sento alta;
  • La gente al tavolo accanto al mio parla italiano. Anche quelli al tavolo dietro. Anche quelli davanti. Parlano tutti italiano. E il cameriere prende le ordinazioni in italiano;
  • Non posso pagare il caffè con il bancomat. E mi dimentico sempre di prelevare, il mio portafogli è vuoto;
  • Si parla tanto di politica;
  • Esco con coetanei che parlano di case, bambini e matrimoni. Invece che con amici più grandi di me di almeno cinque anni, che pensano solo alla prossima partita di pallavolo;
  • Mi posso muovere solamente in macchina. Non vedo intorno a me parcheggi per le biciclette. Non vedo nemmeno biciclette, a dir la verità;
  • Mi manca il mio zaino, il vento freddo sulla faccia nell’andare al lavoro, la pallavolo, la birra post-lavoro, le chiacchiere con i colleghi.

E poi, tutta felice, rientro ad Amsterdam. Ed eccolo di nuovo lì, un bellissimo shock culturale

Neanche il tempo di atterrare, che subito si fa sentire. Senza rendermene conto, mi ero già riabituata all’Italia. O – perlomeno – a parte di essa.

  • Sto aspettando il treno, ho fame, entro in un negozietto, compro un panino e un dolcetto. Oh mamma, sono davvero sopravvissuta più di un anno con questo cibo?
  • Passa il controllore. Tengo le cuffie in testa mentre gli passo la mia tessera. Vedo che mi guarda. Aspetta che tolgo le cuffie e poi mi augura una buona giornata, con un sorriso che copre l’intera distanza tra le due orecchie. Qualche secondo di spaesamento, per poi ricordarmi che è assolutamente normale;
  • Il servizio al bar è lentissimo. E pessimo;
  • La mia mano va automaticamente alla ricerca di tovaglioli al centro del tavolo. Non ce ne sono. Ah già, qua non si usano;
  • Mi sento bassa;
  • Vado al lavoro ascoltando musica e vorrei cantare (stonata, ovviamente). Ma sono in bicicletta, non voglio sembrare una pazza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.