Non siamo tutti nati con una vocazione personale

Non siamo tutti nati con una vocazione personale

Siamo cresciuti con l’idea di dover avere un singolo scopo nella vita

Quando ho un po’ di tempo libero, mi piace guardare qualche video ispiratore su TED. Poco tempo fa, mi sono imbattuta in un interessante talk di Emilie Wapnick: “Why some of us don’t have one true calling” (“Perché alcuni di noi non hanno una vera vocazione”).

Il punto di partenza è semplice: a quanti di voi ha mai messo ansia la domanda “Che cosa vuoi fare da grande?“? Siamo abituati a sentirci rivolgere questa domanda fin da quando abbiamo 5 anni ma non tutti di noi sono in grado di rispondere. Alcuni di noi, non sono in grado di rispondere nemmeno a 30 o 40 anni.

La nostra cultura ritiene corretto seguire la propria vocazione nella vita, una passione alla quale dedicare tutte le proprie energie. Ritiene invece sbagliato, anormale, saltare incoerentemente da un lavoro ad un altro, da un determinato progetto ad uno completamente diverso.

In parole povere, nella nostra società vieni guardato male se non hai un interesse profondo, una strada da seguire, un singolo scopo nella vita.

Non sai cosa vuoi fare nella vita? Sei un ‘Multipotenziale’

L’autrice Wapnick, contraria a ciò, sottolinea l’esistenza di persone ‘Multipotenziali’, ovvero di persone curiose di argomenti diversi e vogliose di fare molte cose scollegate tra loro. Oltre a voler svolgere più cose contemporaneamente, queste persone, una volta raggiunta una certa conoscenza del tema, si annoiano e si lanciano in qualcosa di nuovo.

Questi individui, non solo non sono casi isolati, ma presentano anche dei notevoli punti di forza, dati proprio da questo lato del loro carattere. Principalmente, essi sono: sintesi di idee (combinare due o più campi e creare qualcosa di nuovo nell’intersezione), rapido apprendimento e adattabilità.

Anche io sono un ‘Multipotenziale’, ma la gente non capisce

Ho 27 anni, sono perito edile, le mie principali esperienze lavorative sono nell’ambito educativo e sociale, ho una laurea in scienze della comunicazione e sono alla ricerca di lavoro. Ogni volta che qualcuno mi chiede cosa sto cercando, la mia risposta è diversa da quella precedente. L’unica cosa che non cambia è la mia confusione. Le mie risposte sono sempre molto vaghe: “Cerco questo ma sono anche aperta a quest’altra cosa“, “Mi piacerebbe provare questo ma forse sarei più brava in quest’altro“, “Leggo le offerte a caso e decido se potrebbero piacermi oppure no“.

Le risposte più gettonate sono:

  • Ah… Ok
  • Ma non ti piace qualcosa in particolare?
  • Se segui i consigli giusti, scoprire la propria passione è più semplice di quello che sembra“.

Il tutto accompagnato da uno sguardo che esprime un misto di tristezza, noia e “Povera ragazza, se non capirà cosa fare della sua vita non riuscirà mai a trovare qualcosa di decente e che la soddisfi“.

Il mondo non ha ancora imparato ad accettare la diversità

Tutto ciò è più evidente ora che sono alla ricerca di lavoro ma, in realtà, questa è la storia della mia vita. Da quando mi è stata rivolta per la prima volta la domanda Che cosa vuoi fare da grande?“, io mi sono sempre sentita sbagliata. Sbagliata perché non avevo idea della risposta e pensavo fosse una cosa negativa. Sbagliata perché non avevo passioni durature ma solo passeggere. Sbagliata perché non spendevo le mie intere giornate ad informarmi su qualcosa di specifico ma le passavo invece leggendo cose a caso. Sbagliata perché la gente mi guardava con quello sguardo che esprimeva pena – o incomprensione – nei miei confronti.

Solo ora, a 27 anni e grazie a persone come Emilie Wapnick, sto iniziando a imparare che non c’è nulla di male nell’avere molti interessi passeggeri. E, soprattutto, sto imparando che ciò che conta per davvero è sentirsi bene con sé stessi e con le proprie scelte. Mi guardo intorno e scopro di essere molto più felice io, giovane ragazza esploratrice della vita senza una meta, che molti miei coetanei che hanno deciso di seguire una passione solo perché imposto dall’esterno.

Siamo tutti diversi e, oltre ad accettare noi stessi per quello che siamo, dovremmo anche imparare ad accettare la diversità, preferendo risposte come “Raccontami meglio” a quelle “Ah… Ok”.

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